
“C’è un paradosso che attraversa il nostro tempo: viviamo immersi nel digitale, ma le professioni che lo costruiscono restano, in gran parte, senza una vera struttura di riferimento. L’informatico è ovunque, nelle aziende, negli ospedali, nelle scuole, nella pubblica amministrazione, eppure la sua identità professionale è spesso indefinita.
In questo scenario ci si chiede cosa possa fare l’Ordine degli Ingegneri per il mondo dell’informatica.
Da un lato, l’idea di un maggiore coinvolgimento ordinistico appare sensata. Il settore IT è diventato troppo importante per essere lasciato a un mercato senza regole. Chi sviluppa software o gestisce infrastrutture digitali prende decisioni che incidono su sicurezza, privacy, economia e persino democrazia. Non è più solo una questione tecnica.
Eppure, dall’altro lato, l’informatica è cresciuta proprio grazie alla sua libertà. Senza albi, senza barriere rigide, senza percorsi obbligati. Molti dei protagonisti dell’innovazione non arrivano da percorsi tradizionali, e spesso neppure da quelli ingegneristici. Introdurre regole troppo strette rischierebbe di soffocare proprio quella vitalità che ha reso il settore così dinamico. Il punto, allora, non è scegliere tra regolazione e libertà, ma capire dove collocare il giusto equilibrio.
Uno dei contributi più concreti che l’Ordine potrebbe offrire riguarda la chiarezza. Oggi sotto l’etichetta “informatico” convivono figure molto diverse: sviluppatori, sistemisti, consulenti funzionali di Sistemi Informativi, esperti di cybersecurity, data analyst. Una giungla di competenze in cui è difficile orientarsi, sia per i professionisti sia per chi deve affidare loro incarichi. Definire profili, senza irrigidire il sistema, potrebbe essere già un primo passo.
Accanto a ciò, c’è il tema delle competenze. L’Ordine potrebbe introdurre forme di certificazione o validazione per garantire qualità senza trasformarsi in un filtro elitario. Ma la trasformazione digitale non è fatta solo di codice e infrastrutture, ma anche di organizzazione, costi e processi. Qui entra in gioco l’ingegnere gestionale, che affianca l’informatico nel tradurre la tecnologia in valore concreto per le aziende. Senza questo equilibrio, il rischio è evidente: sistemi avanzati ma inutilizzati, oppure efficienti sulla carta e inefficaci nella realtà. L’Ordine potrebbe favorire il dialogo tra competenze diverse, contribuendo a costruire una visione più completa dell’innovazione
Ancora più urgente è la questione della formazione. Nell’informatica, ciò che si impara oggi può diventare obsoleto domani. Eppure non esiste un sistema diffuso e strutturato di aggiornamento continuo. Un Ordine moderno potrebbe diventare un punto di riferimento, ma solo se capace di essere rapido, flessibile e realmente connesso con l’evoluzione tecnologica. Il rischio, altrimenti, è quello di inseguire il cambiamento invece di guidarlo.
Il nodo più interessante, però, è forse quello etico. Gli informatici non costruiscono solo strumenti: costruiscono regole invisibili che governano la nostra vita quotidiana. Un codice etico forte, promosso e condiviso, potrebbe essere uno dei contributi più rilevanti.
E infine c’è la sicurezza. Qui il ruolo di un soggetto istituzionale capace di fare rete tra professionisti, imprese e pubblica amministrazione potrebbe diventare decisivo.
Ma l’Ordine degli Ingegneri è pronto a questo ruolo?
Il dibattito si sta facendo concreto anche a livello territoriale. In vista del rinnovo dell’Ordine degli Ingegneri di Benevento, la lista guidata da Pucillo ha annunciato una particolare attenzione al ruolo dell’informatica e, più in generale, alle sfide della trasformazione digitale. Un segnale che indica come il tema non sia più marginale, ma destinato a diventare centrale anche nelle politiche ordinistiche locali.
La sfida non portare l’informatica dentro schemi già esistenti, ma trasformare quegli schemi per renderli compatibili con il digitale. Meno controllo formale, più qualità sostanziale. Meno appartenenza, più competenza.
Perché il punto non è decidere chi può chiamarsi informatico. Il punto è garantire che chi lo è davvero abbia strumenti, riconoscimento e responsabilità adeguate al mondo che sta contribuendo a costruire“.

