Risultati immagini per SABINO CASSESE

I “Colloqui di Ravello su Arte, Scienza e Cultura”, organizzati dalla Fondazione Ravello parallelamente al Ravello Festival e alle altre attività dell’ente, ospiteranno, sabato 11 novembre (ore 17), nell’Auditorium di Villa Rufolo, Sabino Cassese, uno dei massimi giuristi italiani nonché Giudice Emerito della Corte Costituzionale.

Nel quarto appuntamento dei colloqui, fortemente voluti dal Presidente della Fondazione, Sebastiano Maffettone, a confrontarsi con Cassese sul tema “Democrazia in crisi”, Gaetano Manfredi Rettore dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e Sergio De Felice, Capo di Gabinetto della Regione Campania e Consigliere di Stato. Ravello, con questi incontri si conferma luogo privilegiato di confronto e dibattito oltre che palcoscenico unico per le arti performative.

Di seguito l’intervento introduttivo del professore Cassese sul tema oggetto della discussione di sabato a Ravello.

Democrazia in crisi?

di Sabino Cassese

Secondo dati della “Freedom House”, i Paesi stabilmente democratici nel mondo, nell’ultimo decennio, sono scesi dal 46 per cento al 44 per cento, mentre, nello stesso periodo, sono aumentati dal 24 al 26 per cento i Paesi non democratici. A questa diminuzione recente dei paesi democratici si accompagna la crisi della democrazia all’interno di alcuni reggimenti politici di impronta democratica, come Turchia, Ungheria e Polonia. Infine, la democrazia vive un periodo di malessere in altri Paesi, come gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito, l’Italia. Questo scritto non riguarda i Paesi che non hanno un sistema politico democratico, mentre ha per oggetto quelli dove o le libertà o la democrazia stessa sono in crisi.

Che cosa hanno in comune oggi Paesi come Turchia, Ungheria, Polonia? Si tratta di sistemi politici dove l’elemento di base della democrazia rappresentativa, l’elezione, è presente, ma si accompagna con limitazioni della libertà o dello Stato di diritto. Tutti questi Paesi hanno o un Parlamento o un presidente e un Parlamento elettivi. Le elezioni presentano caratteristiche proprie delle più antiche democrazie, sono cioè elezioni ripetute (non si dimentichi che molti regimi non democratici vennero instaurati all’esito di elezioni, salvo poi sopprimerle: così fascismo e nazismo). Tuttavia, si tratta di regimi politici che o limitano la libertà personale, o limitano la libertà di espressione del pensiero, o limitano le garanzie delle libertà, privando i giudici dell’indipendenza. Insomma, in nome del popolo e della democrazia, si limitano le libertà.

Si affermano così democrazie rappresentative illiberali, nelle quali la partecipazione popolare alla scelta dei governanti non si accompagna, come accade normalmente nelle democrazie, con la tutela piena delle libertà fondamentali (quella personale, quella di associazione, quella di riunione, quella di manifestazione del pensiero). Questo è un fenomeno noto alla storia della democrazia, perché liberalismo e democratismo (i due movimenti che hanno portato al riconoscimento delle libertà e all’affermazione della sovranità popolare) sono storicamente e strutturalmente diversi ed indipendenti. Il primo si è, anzi, sviluppato prima del secondo, anche se, poi, il secondo ha contribuito al rafforzamento del primo, per il semplice fatto che la rappresentanza popolare ha funzionato da scudo contro tentativi degli esecutivi di porre limiti alle libertà e ai diritti.

Pur se indipendenti l’uno dall’altro, liberalismo e democratismo si presentano nelle democrazie più sviluppate insieme, ed anzi i maggiori studiosi della democrazia, come ad esempio Robert Dahl, ritengono che “rule of law” e tutela delle libertà facciano ormai corpo con la democrazia.

Anche nelle democrazie che possiamo definire mature, tuttavia, vi sono elementi di malessere. Innanzitutto, anche queste presentano vizi antichi. Si pensi alla sottrazione del diritto di voto operata indistintamente a sfavore di tutte le persone incarcerate, per qualunque motivo, nel Regno Unito. Oppure al metodo singolare di votazione del Presidente americano, eletto dalle maggioranze della maggioranza degli Stati, non dalla maggioranza dei votanti della nazione, per cui – come è accaduto nelle ultime elezioni presidenziali – un candidato che ha una somma di voti maggiore di più milioni rispetto all’altro, rimane soccombente, perché i suoi voti sono distribuiti “male” tra gli Stati (in alcuni ne ha “troppi”, in altri “troppo pochi”).

A questi difetti antichi delle democrazie mature si aggiungono le tensioni provocate dal risorgere dei populismi. Con questo termine si indicano movimenti di tipo diverso (i primi apparvero nella seconda metà dell’800 negli Stati Uniti, con il nome di “People’s Party”) caratterizzati dalla rivolta contro i gruppi dirigenti chiusi dei partiti, o le “élites”. Questi movimenti, nei decenni più recenti, hanno preso come bandiera la democrazia diretta, consistente nei referendum o nella proposta di iniziativa popolare di leggi, sottoposte a voto diretto.

Dove la democrazia diretta è stata sperimentata, naturalmente in via non esclusiva, come in California in Svizzera, essa si è rivelata un’arma soggetta a molte manipolazioni di piccoli gruppi. E, se dovesse essere generalizzata, ad esempio, in Italia, per sostituire le leggi approvate dal Parlamento con l’approvazione popolare delle leggi, articolo per articolo (come dispone la Costituzione), richiederebbe circa 8 decisioni popolari giornaliere, tutti i giorni, comprese festività e domeniche.

Il maggiore studioso europeo del populismo, Yves Meny, ha osservato di recente che i movimenti populisti sono rimasti sempre in minoranza, e quindi soccombenti, ma hanno avuto successo perché molte forze di maggioranza si sono impadronite dei loro slogan o delle loro proposte politiche. Comunque, i movimenti populisti producono un malessere, causato dalla tensione che viene a stabilirsi tra classe dirigente e popolazione, dall’anti-elitismo del populismo, dalle aspettative sempre maggiori di partecipazione che esso suscita. Chi insegue il populismo, non si rende conto che la democrazia indiretta, o delegata, o rappresentativa che regge gli ordinamenti moderni beneficia proprio della dialettica che si crea tra popolo e rappresentanti, tra “Paese reale” e Paese legale”.

L’ultimo fattore di crisi è quello appena indicato, delle aspettative crescenti di partecipazione. Quest’ultima era fino a tempi recenti filtrata attraverso apposite organizzazioni, i partiti. Nati come movimenti, divennero partiti – apparati, diffusi sul territorio, con proprie strutture, canali di comunicazione, mezzi di informazione e di formazione. Negli anni più recenti, sono rimasti i partiti, ma ne sono cambiate le configurazioni. Come è stato scritto di recente da Luciano Violante, essi da “comunità” sono diventate “piedistallo”. Specialmente dove vi sono elezioni cosiddette primarie, i partiti sono diventati organizzazioni elettorali, chiamate ad organizzare il seguito dei “leaders” nelle fasi precedenti il voto. La crisi dei partiti si è accompagnata con la nascita di formazioni nuove (“Forza Italia” ad esempio, oppure “En Marche”), ma anche con la frammentazione dell’elettorato, nel quale ognuno vuol fare sentire la propria voce, anche grazie ai mezzi messi a disposizione dalla diffusione del “Web”.

A questa crescente domanda di partecipazione, però, si riesce a far fronte con difficoltà, sia perché sono pochi i Paesi dove esistono forme di democrazia deliberativa, sia perché la democrazia deliberativa comporta dei costi (specialmente tempi) che è difficile sopportare. Il Paese dove più sviluppata è la democrazia deliberativa è gli Stati Uniti. Qui una legge del 1946 ha introdotto procedure varie che impongono alle amministrazioni di informare gli interessati e di ascoltarne la voce (la più comune è definita “notice and comment”). I poteri pubblici dànno quindi spazio ai cittadini, sono costretti a spiegare e ad ascoltare, possono decidere solo spiegando i motivi delle scelte compiute. Se tutto questo dà voce al popolo, costituisce anche un fattore di rallentamento o di appesantimento delle decisioni.

Questi fattori di crisi (limitazioni delle libertà, populismi, aspettative crescenti) rappresentano una novità nella storia delle democrazie, ma le crisi non sono una novità nella vicenda plurisecolare della democrazia. Anzi, può dirsi che la democrazia viva e si sviluppi grazie alle sue crisi. Il fattore maggiore di crisi della democrazia, che ha accompagnato la sua storia in tutto il suo svolgimento, fino alla metà del secolo scorso, è stato quello dell’allargamento del suffragio. Per quanto possa apparire strano oggi, la democrazia, il governo del popolo (“Government of the people, by the people, for the people”, secondo la definizione di Lincoln nel discorso di Gettysburg del 1863) è stato a lungo limitato a una parte molto ristretta del popolo, i possidenti e i cittadini con un titolo di studio. Ha escluso sempre gli schiavi, a lungo i negri negli Stati Uniti. Per molti decenni le donne, oggi gli immigrati regolari. Ognuno dei successivi passaggi, con l’ampliamento dell’elettorato attivo, ha rotto privilegi, ha comportato crisi.