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a cura di ENZO LONGOBARDI*

Derivante da “ta-tau”, che in polinesiano significa “segno sulla pelle”, un tempo simbolo di marginalità e trasgressione, è ormai passione irrefrenabile, per uomini e donne. Oggi, in Europa, stando ai dati, la percentuale dei tatuati è il 30% tra i 16 e i 44 anni con Napoli la città più tatuata in Italia.

Nel capoluogo partenopeo questo fenomeno di massa ha una storia antica. Agli albori dell’Ottocento, infatti, i membri della «Bella società riformata» amavano ricoprire la propria pelle con simboli per testimoniare la lunga permanenza nei bagni penali. Il tatuaggio non era una moda ma quindi un preciso codice segreto di carcerati e camorristi, che solo loro erano in grado di interpretare.

asso di abstoni 2Il tatuaggio era chiamato “devozione” e la graduazione all’interno della malavita era espressa con linee e puntini sulla parte dorsale della mano, di solito fra indice e pollice. Chi portava un solo puntino, era una sorta di apprendista, cioè colui che voleva entrare nella camorra, fino alla lineetta e tre puntini per il camorrista effettivo.

I tatuaggi di professione rappresentavano visivamente il compito dell’associato nell’organizzazione: l'asso di bastoni era il tatuaggio dei cosiddetti capi-bastone o capi-zona e rappresentava allo stesso tempo l'essere un picchiatore, uno che con la mani ci sapeva fare; la pistola, invece, era tatuata dai malavitosi più sanguinari. 

Così come il coltello, che, però, aveva anche un altro significato: era la vendetta da portare a termine, sorta di promessa fatta a se stessi. Il rasoio indicava colui che sfregiava le persone, di solito dopo segnalazione per atti sessuali non voluti (stupratori condannati dalla camorra su indicazione di familiari della vittima), invece le forbici per indicare la capacità di risolvere inerzie fra contendenti amorosi, infine la borsa o il lingotto d’oro per definire il mariuolo o il ladro esperto.

Col tempo questo sistema cifrato fu abbandonato perché troppo visibile alle guardie, e fu sostituito da un tatuaggio simbolico, che indicava il rione di appartenenza attraverso campanili e chiese, o piazze, o da un tatuaggio di disprezzo verso il potere o l’autorità, o una singola persona, con frasi ingiuriose e le solite iniziali a cui erano riferite

Ma a Napoli, è risaputo, il profano è indissolubilmente legato al sacro, quindi non stupiva se simboli quali pistole, coltelli e tirapugni si intrecciavano con immagini religiose. Il rosario era un simbolo di protezione, un aiuto, nel cavarsela nei reati o in altre situazioni peccaminose.  Il cuore fiammeggiante cinto dalla corona di spine rappresentava il Sacro Cuore di Gesù; la variante, con una corona di fiori che lo cinge e una spada che lo trafigge, il cuore di Maria. 

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I teschi infine altro non erano che simboli per farsi beffe della morte, per esorcizzarne la paura, ma anche il rispetto per la morte, tipico del popolo napoletano.

Oggigiorno a Napoli sta spopolando specialmente, dopo la messa in onda del terzo ciclo di episodi, di Gomorra il tatuaggio di Enzo Sangueblu, con le sue tre croci. Tantissimi i ragazzi che sembrano tante fotocopie: capelli rasati di lato, e le tre croci sul collo, ma anche in altri parti del corpo, purché uguali a quelle esibite dal "rampollo" di Gomorra, interpretato dall'attore Arturo Muselli, archetipo della nuova camorra, quella giovane, delle cosiddette "paranze", bramosa di scalare le gerarchie criminali e la vecchia guardia. Enzo che arriva da una famiglia luttuosa, da una grande mancanza, un nonno importante che era una sorta di super leader. Esibire il dolore alla faccia di tutto e di tutti era ciò che lui voleva. Quelle tre croci sul collo palesano quella mancanza agli occhi del mondo e tutti lo devono sapere.

*docente di Marketing Turistico