SAN DOMENICO MAGGIORE E L'INQUISIZIONE DI NAPOLI 

Nel 1542 papa Paolo III emanando la bolla Licet ab initio, istituiva la Congregazione della sacra romana e universale inquisizione conosciuta come Sant’Uffizio al fine di tutelare l’integrità della fede cattolica punendo coloro che la Chiesa accusava di eresia, blasfemia e stregoneria.

Il ruolo di giudice inquisitore fu affidato, in un primo momento, a monaci cistercensi e poi a frati francescani e sopratutto domenicani La predominante scelta a favore dell'Ordine dei domenicani, da poco fondato dallo spagnolo Domenico di Guzmán, era dovuta sia alla loro preparazione teologica (domenicano fu, ad esempio, Tommaso d'Aquino, il maggiore esponente della filosofia cristiana medievale), sia perché l'ordine domenicano aveva fin dall'inizio avuto una dimensione europea; sia perché i frati domenicani, inoltre, a differenza dei vecchi ordini monastici, agivano soprattutto nelle città, dove i predicatori eretici svolgevano la loro opera.

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Nel Regno di Napoli non si impiantarono né l'Inquisizione romana né l'Inquisizione spagnola. Il potere inquisitoriale rimasesempre in mano ai vescovi e ai tribunali diocesani. Tuttavia, dopo la presenza di alcuni commissari delegati dell'Inquisizione romana a Napoli (il primo fu Scipione Rebiba nel 1553-55; il ruolo in genere coincideva con quello di vicario dell'arcidiocesi), nel 1585 fu istituita la figura del ministro del Sant'Uffizio nel Regno di Napoli (il primo fu Carlo Baldini, poi arcivescovo di Sorrento), di fatto semplice rappresentante dell'Inquisizione romana con prerogative limitate in materia inquisitoriale. Quella atmosfera processuale la si può rivivere appunto a San Domenico Maggiore la casa dei domenicani appunto, visitando l’antica sala dell’Inquisizione, ubicata nel convento annesso alla chiesa dove furono 12000 gli eretici passati di là. Per giungere alla condanna era sufficiente la testimonianza concorde di almeno due testimoni o la confessione dell'imputato, il quale veniva detenuto in carcere durante lo svolgimento del processo, che non aveva una durata predefinita e le cui udienze – i costituti – si svolgevano a discrezione dello stesso giudice.

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Dalle streghe, mandate in massa al rogo, agli omosessuali, alle grandi personalità della cultura come per esempio Giovan Battista Della Porta e Giordano Bruno, accusate di eresia.

Ma non solo eretici venivano processati e condannati, ma anche appartenenti al clero, soprattutto per peccati di fornicazione e concupiscenza. Spesso i religiosi sfruttavano la confessione come perverso sistema per abbindolare le fanciulle e convincerle a soggiacere alle loro brame sessuali. Nel 1599 si svolse un processo esemplificativo dell’abuso del sacramento per approfittare delle penitenti. Esso riguardò un parroco di Pollena Trocchia accusato non solo di aver approfittato delle grazie di molte fanciulle vergini, indotte ad perdere la verginità a redenzione dei propri peccati veniali, ma anche di girare armato alla stregua di un boss camorristico. Ai primi del Seicento risale un altro singolare processo conclusosi con una severa condanna nei riguardi di un frate teatino, che praticava un originale esorcismo efficace solo se praticato sulle parti intime femminili.

Nel 700 arrivò la crisi. In tutti gli Stati italiani ed a Napoli in particolare le condizioni per l’opera dell’Inquisizione divennero sempre più difficili per i nuovi fermenti culturali diffusi fuori e dentro la Chiesa stessa. Ci fu allora lo smantellamento della rete inquisitoriale locale in tutta la penisola: ormai nessuna autorità statale era più disposta a tollerare l’esercizio di forme di potere alternative nel proprio territorio.

Risultati immagini per l Museo delle Torture in Vico Santa Luciella aIl Museo delle Torture in Vico Santa Luciella ai Librai 18/B, un piccolo vicolo di raccordo tra via San Biagio dei Librai e via San Gregorio Armeno racconta con orgoglio come i napoletani si opposero all’insediamento dell’Inquisizione a Napoli imposta dal viceré spagnolo Don Pedro de Toledo. Una ribellione capeggiata da Tommaso Aniello di Sorrento, che costò 2000 morti, ma liberò Napoli dai processi inquisitori. E’ stata definita anche come “la più bella e unica collezione del Sud Italia di strumenti di tortura dell’epoca.

 

 

*Professore Associato di Marketing Territoriale dell'Università Telematica "Atena" - Scuola Universitaria dell'Ordinamento Svizzero.