di AMEDEO FANTACCIONE

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Io credo che in uno Stato democratico in cui si voglia attuare il principio di sussidiarità e di compartecipazione, al fine di salvaguardare i più deboli, non si possa che aspirare ad una equa e a dir poco perfetta politica tributaria. Questo non significa assolutamente restrizione, né tantomeno caos e approssimazione in favore degli svantaggiati, ma, invece meticolosità e attenzione nelle scelte e nei parametri dando la possibilità a tutti di versare il giusto e sorvegliare che questo avvenga nel rispetto delle leggi dello Stato e della morale.

Tengo a precisare che in campo fiscale e tributario non esistono bandiere politiche o orientamenti sociali, ma, per arrivare ad affrontare serenamente il problema, bisogna , invece, spogliarsi di ogni congettura o pregiudizio politico e ragionare esclusivamente con i parametri della equità e della solidarietà.

Le disuguaglianze nella distribuzione dei redditi e della ricchezza netta hanno fatto in quest’ultimo ventennio la loro ricomparsa, producendo le nefaste conseguenze che tutti stiamo vivendo sulla tenuta della solidarietà e sul propagarsi del populismo. E’ opportuno sottolinearne l’entità e individuarne le principali cause quale premessa di qualunque discorso che abbia per oggetto l’uguaglianza tributaria quale giustizia distributiva e il suo corollario della progressività. Che la forbice delle disuguaglianze si sia molto allargata nel mondo e, in particolare, nel nostro paese ce lo ricordano numerose statistiche ufficiali e gli studi degli economisti. L’indagine più recente e dettagliata mi è parsa quella commissionata dall’Unione Europea, conosciuta come Gini-Growing inequality impact. Essa, nel confermare il rapporto Ocse (divided we stand), ha messo in evidenza che l’Italia è il secondo paese in Europa quanto a disuguaglianze e a distribuzione di redditi e di ricchezza e che il divario tra generazioni si va sempre più accentuando con lo spostamento della ricchezza verso la popolazione più anziana. È un fatto noto che oggi circa la metà del reddito totale è in mano al 10% delle famiglie, mentre il 90% deve dividersi l’altra metà.

Alcuni studi hanno messo in evidenza un’altra importante trasformazione che incide negativamente sull’equa distribuzione della ricchezza: e cioè l’aumento della quota sul reddito nazionale dei profitti (professionali e d’impresa) a scapito della quota dei salari. Infatti, mentre fino alla prima metà degli anni ‘70 quest’ultima è cresciuta costantemente passando da circa il 50% al 58%; a partire dalla seconda metà degli anni ‘70 il trend si è invertito, con la riduzione della quota dei salari al 52% nel 2000 e ben oltre negli anni seguenti, e il parallelo aumento della quota dei profitti. Come si sono potute produrre così forti disuguaglianze? I liberals nordamericani e i socialdemocratici europei danno una risposta a tale domanda imputando la causa di esse alle politiche liberiste degli anni ‘80 praticate negli Usa e in Inghilterra, che poi hanno influenzato la politica economica dell’UE.

La teoria  economica neoliberista si fonda, in effetti, sull’assunto molto discutibile che la disuguaglianza non inficia la crescita. Anzi, secondo i fautori di tale teoria, detassare redditi e patrimoni immobiliari e mobiliari dei più ricchi produrrebbe un “effetto a cascata”, che da i piani alti della società trasferisce la ricchezza fino ai piani bassi, portando ad un arricchimento generale e ad una maggiore crescita. Quest’idea ha aperto la strada alla deregulation dei mercati finanziari e alla proliferazione dei paradisi fiscali, avendo l’obiettivo di consentire agli animal spirits del mercato di dispiegare la loro forza propulsiva. Diceva Margaret Thatcher che “La società non esiste, ci sono solo individui e famiglie. E nessun governo può far nulla. La gente deve pensare a se stessa”. Non ho difficoltà ad associarmi, da giurista, alla critica avanzata dagli economisti liberal a tale corrente di pensiero economico. Mi sembrano, infatti, convincenti le considerazioni di Stiglitz e di altri pensatori – anche quelli di estrazione non strettamente egualitarista - i quali hanno fatto rilevare che una crescita fondata su disuguaglianze crescenti destabilizza l’economia, riportando indietro il livello di benessere della popolazione. Essi hanno dimostrato che disuguaglianze e sviluppo economico sono inversamente proporzionali.

Credo che oggi, dopo più di cinque anni di crisi dell’economia mondiale e di quasi collasso di quella nazionale, possiamo essere tutti d’accordo sulla necessità di abbandonare gli entusiastici piani di deregolamentazione, sottoscritti nel passato anche dai governi europei nella c.d. Agenda di Lisbona. L’acuirsi della crisi ha, infatti, indebolito quelli che sono stati i capisaldi del neoliberismo, e cioè – l’abbiamo visto – la dominanza del mercato e, soprattutto, una corrispondente forte riduzione dell’intervento statale e della pressione tributaria. La maggioranza degli economisti, anche quelli una volta ammiratori di Milton Freedman, si è infatti espressa a favore dei massicci interventi che gli stati e le istituzioni internazionali hanno operato a sostegno del settore privato, anche a rischio di determinare un’espansione rapidissima del rapporto tra debito pubblico e PIL. Non vorrei, però, che il revival in atto delle teorie keynesiane si riduca ad un mero arretramento tattico e si riveli valido tutt’al più ad operare limitati interventi congiunturali, non sufficienti a proteggere le fasce più deboli e ad attenuare le disuguaglianze sempre più marcate.

Troppo spesso ci si dimentica che le società sono organismi complessi, composti da interessi in conflitto tra loro e che i mercati, in questo contesto, hanno una naturale inclinazione a sottovalutare gli effetti morali e a favorire solo quei bisogni riconducibili a calcoli economici, e cioè quei  bisogni che difficilmente possono essere assunti come reali ed esaurienti indicatori delle “capacità di funzionamento” degli individui. Il che non è senza significato ai fini dell’applicazione del principio di uguaglianza in campo fiscale. Mi spiego meglio. I mercati valorizzano solo i beni materiali, finanziari e patrimoniali e non anche i beni che, pur non essendo oggetto di scambio, sono portatori di quei valori morali che solo uno Stato regolatore e redistributore può individuare e garantire con la sua azione legislativa e amministrativa. Alcuni di questi beni, del resto, sono ormai pacificamente assunti come criteri di valutazione del benessere e del grado di giustizia sociale. A tali beni primari possono aggiungersene altri, che chiamerei più semplicemente “beni-capacità”. Tali beni, pur non essendo beni economici tradizionali come il reddito o il patrimonio, se economicamente valutabili possono costituire, al pari di essi, valide, significative e dirette misurazioni comparative di situazioni individuali di vantaggio. Sono questi dei beni (ma anche posizioni, condizioni e situazioni) non scambiabili sul mercato, sulla base dei quali lo Stato può valutare la qualità minima della vita dei singoli consociati e – perché no? – a certe condizioni anche la potenzialità contributiva su cui fondare, ai sensi dell’art. 53 Cost., il prelievo tributario dei soggetti che ne hanno la disponibilità. Il che significa che teoricamente questa disponibilità può anche essere assunta, per consapevole scelta delle maggioranze politiche, quale indice concreto di una capacità contributiva differenziata dei soggetti che da essa traggono un vantaggio economico in termini di human functioning, vale a dire di soddisfazione di bisogni o interessi, di maggiore benessere e, anche, di potere. Naturalmente devono essere beni della vita, suscettibili di valutazione economica e, quindi, monetizzabili e non, come quelli “base”, beni o servizi universali che devono essere garantiti a tutti dallo Stato e, quindi, di generale non differenziata fruizione. Il prelievo riguardo ad essi deve essere, in particolare, giustificato dal fatto - sopra evidenziato - che nel contesto sociale i soggetti che ne sono titolari e ne fruiscono risultano singolarmente e comparativamente “più uguali” nella capacità di funzionare e, quindi, avvantaggiati dalla loro disponibilità e dal loro godimento rispetto a quelli che non lo sono affatto o lo sono in misura minore.

Dunque il tributo non è una mera “autolimitazione” della persona-contribuente titolare dei fondamentali diritti di proprietà e di libertà (come i teorici del liberismo hayekiano sostengono), né un premium libertatis o solo la faccia negativa del costo dei diritti (come i fautori della teoria del beneficio ritengono). In un mondo così disuguale quale il nostro è soprattutto lo strumento di giustizia distributiva che uno Stato non meramente amministrativo ha a disposizione per bilanciare i diritti proprietari con quelli sociali e per correggere, nel rispetto del principio di capacità contributiva come sopra inteso, le distorsioni e le imperfezioni derivanti dalla maggiore o minore disponibilità dei beni della vita (patrimoniali e non). Una società che fosse fondata ancora sul mito della autolimitabilità della proprietà e priva degli interventi di uno Stato distributore si ridurrebbe inevitabilmente a una società preborghese, regredita alla fase precedente alla rivoluzione francese: una società senza coesione sociale, senza considerazione dei rapporti interpersonali e con scarsa formazione di capitale umano. Indubbiamente, le politiche distributive statali, anche quando non producono l’aumento della pressione tributaria, limitano nel breve termine le risorse di alcuni a beneficio di altri. Ma se questa (re)distribuzione ha come effetto di medio e lungo periodo di migliorare la salute del paese, di ridurre le tensioni sociali, di incrementare l’accesso di tutti a servizi fino a quel momento riservati a pochi, non può negarsi che lo Stato sociale che ha raggiunto questi obiettivi è sicuramente più benestante e garantisce ai propri cittadini più equità, più sicurezza sociale e, quindi, più uguaglianza e maggior rispetto di sé.