Risultati immagini per FILE INTERMINABILI ALL'ASL

Da qualche settimana, la signora Elena, 63 anni, ha un dolore al ginocchio. Il medico di famiglia le prescrive una risonanza magnetica. Lei telefona al call center dell’ospedale per prenotarla, ma il primo buco disponibile è tra nove mesi. «Le conviene farlo privatamente», le consigliano dall’altra parte del telefono. Anche perché, a conti fatti, non spenderà poi molto di più. E così fa: tre giorni dopo, esegue la sua risonanza in un ambulatorio privato, e paga poco più di 100 euro.

«Ormai questa è la normalità: tra lunghi tempi di attesa e peso eccessivo del ticket, i cittadini si stanno abituando a considerare il privato e l’intramoenia come scelte alternative al Sistema sanitario nazionale», dice Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato, la rete di Cittadinanzattiva che ogni anno riceve 25mila segnalazioni dagli ospedali e i distretti sanitaria di tutta Italia. «La sanità pubblica ormai è “in ritirata”». Un sistema che sta diventando un ostacolo per l’accesso alle cure delle categorie più deboli. Tant’è che il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha avviato un confronto con le Regioni per eliminare il sistema dei ticket sanitari, inserendo pagamenti progressivi in base del reddito.

E poi bisogna fare i conti della serva con le poche risorse in cassa e gli organici ridotti all’osso. Solo nel 2015, si sono persi per strada diecimila dipendenti della sanità pubblica. Dal 2010 al 2015, il sistema italiano (già sottofinanziato nel confronto con i vicini europei: -32,5% rispetto all’Europa occidentale) ha subito un taglio da 30 miliardi di euro nelle risorse. Con risparmi sul personale, blocco del turnover e mancato sviluppo tecnologico delle infrastrutture. E per il 2017 dal Fondo sanitario, per il quale erano stati stanziati 113 miliardi, sono stati tolti pure 422 milioni. Una coperta che si assottiglia, mentre dal 2009 sono già stati tagliati 18mila posti letto. Con il risultato che abbiamo 3,4 posti letto ogni mille abitanti(con livelli minimi di 2,5 in Calabria), mentre in Germania sono 8,3.

«Le liste d’attesa non aumentano per caso, ma sono il frutto dei tagli lineari operati nella sanità», spiega Luca Benci, giurista esperto di diritto sanitario, autore di Tutela la salute. Il diritto alla salute negato, privatizzato e mercificato (Imprimatur). «In questo modo si nega il diritto alle prestazioni sanitarie, e i livelli essenziali non vengono garantiti, almeno non in tutta Italia. Se devo fare un’ecografia non aspetto sette-otto mesi, se mi rompo il legamento crociato non posso zoppicare per due anni. Così o mi rivolgo a un privato, o addirittura non mi curo». Senza dimenticare i casi, come documentano le segnalazioni arrivate al Tribunale del malato, «delle liste d’attesa gonfiate o deliberatamente rallentate per indirizzare i cittadini verso l’intramoenia, cioè verso le prestazioni che offrono i medici d’ospedale al di fuori dell’orario di lavoro a fronte del pagamento di una tariffa da parte del paziente», ricorda Aceti. Oggi solo le prestazioni intramoenia ogni anno producono un volume d’affari di oltre un miliardo di euro, che in parte va nelle tasche dei medici e in parte in quelle dello Stato.

Il risultato è che chi non se lo può permettere, si tiene i malanni. Gli altri mettono mano al portafoglio e dirottano verso cliniche e specialisti privati. Secondo il Censis, nel 2016 11 milioni di italiani hanno rinunciato o rinviato le cure mediche per motivi economici.

Qualche regione a ridurre le liste d’attesa ci sta provando. La capofila è l’Emilia Romagna, dove è stato creato un sistema informatizzato di prenotazioni regionale. E se i tempi di attesa massimi non vengono rispettati, l’attività svolta in intramoenia viene sospesa. Non solo: gli ambulatori restano aperti sabato e domenica per smaltire le liste d’attesa, prevedendo anche percorsi di garanzia per i malati cronici. Il risultato è che il 98% delle prestazioni di diagnostica viene eseguito nei tempi previsti. 

Ma capita sempre più spesso che, a conti fatti, le prestazioni sanitarie private siano anche più convenienti di quelle pubbliche. Il peso del ticket a carico dei pazienti negli anni è cresciuto, portando a un incasso per lo stato di 3 miliardi di euro annui. Per analisi del sangue un po’ più specialistiche, con la ricerca di un virus ad esempio, con il ticket ormai si spendono più di cento euro. Per alcuni esami specialistici si va anche oltre i 200 euro. E anche sui farmaci, il 20,3% delle segnalazioni arrivate al Tribunale del malato indicano il costo eccessivo come ostacolo per la cura. «Oggi ci sono prestazioni sanitarie con costi talmente alti da esser diventati proibitivi», dice Benci. «Il ticket è diventato una forma di tassazione occulta, che colpisce il cittadino quando è più vulnerabile, malato e bisognoso di cure».

Senza contare che ogni regione fa di testa sua. Il risultato è un tariffario frammentato. Il costo di esami e visite specialistiche va dal minimo di 36,15 euro della Basilicata al massimo di 118 euro per la Toscana. E i prezzi più alti si trovano nelle regioni in piano di rientro, come Calabria e Campania, che sono però anche quelle che offrono di meno.

La normativa nazionale prevede un ticket massimo sulle prestazioni di 36,15 euro per ricetta. Ma c’è chi ha alzato l’asticella: la Sardegna ha fissato il tetto massimo a 46,15 euro e la Calabria a 45 euro. Non solo. Dal 2011 è stato introdotto il cosiddetto superticket di dieci euro per ogni ricetta. Tra le regioni, c’è chi non applica il superticket (Basilicata e Bolzano), chi ha scelto una variazione della quota in base al reddito, chi in base al costo della prestazione. Senza dimenticare che alcune regioni, dal Piemonte alla Calabria, prevedono costi aggiuntivi per esami come la Tac o la risonanza magnetica. «Se sommiamo tutti i ticket, più il ticket da dieci euro della ricetta, per le prestazioni a basso costo come gli esami del sangue o le ecografie finisce che il canale privato risulta più conveniente di quello pubblico», dice Aceti. «Il combinato disposto tra i costi alti e le liste d’attesa, fa preferire il privato. La cosa assurda è che si tratta di prestazioni previste nei Lea, Livelli essenziali di assistenza, che quindi sarebbero un diritto dei cittadini».

Ma se sulle prestazioni base in tanti ci hanno ormai rinunciato, il Sistema sanitario resta invece insostituibile per le prestazioni più complesse e costose, dalla diagnostica agli interventi chirurgici. «E anche qui esistono crescenti difficoltà di accesso», dice Aceti. «I tempi di attesa sono molto lunghi anche per gli interventi di tipo oncologico». Tra la chiusura di strutture ospedaliere e la ridotta disponibilità di sale operatorie e personale, le segnalazioni al Tribunale del malato sulle problematiche di accesso agli interventi chirurgici sono salite dal 28,8% al 35,3 per cento. Per togliere tonsille e adenoidi c’è chi dopo un anno di attesa non è stato ancora chiamato. Per operare l’alluce valgo bisogna aspettare in media due anni, 18 mesi invece per una ricostruzione mammaria. E lo stesso vale per le visite specialistiche: per quella neurologica si richiede un anno di “pazienza”. Altrimenti c’è il neurologo privato, è ovvio.

Tant’è che la cosiddetta “migrazione sanitaria” da una regione all’altra e – perché no – anche all’estero continua ad aumentare, soprattutto da regioni commissariate come la Calabria e la Campania. All’ospedale Rizzoli di Bologna, il 60% dei pazienti viene ancora da altre regioni, soprattutto meridionali. In Liguria, gli anziani pensionati, davanti alle liste d’attesa che superano anche un anno, non potendosi rivolgere alla sanità privata, stanno emigrando nelle strutture sanitarie piemontesi e lombarde. Mentre per le cure odontoiatriche, non coperte dal sistema sanitario, i pullman diretti in Croazia e Slovenia sono all’ordine del giorno. Senza parlare dei ricoveri programmati, diventati ormai come un terno al lotto, con i pazienti che arrivano al pronto soccorso che assorbono ormai oltre la metà dei pochi letti a disposizione. E i disguidi sono quotidiani, visto che quasi dappertutto per la prenotazione dei ricoveri la digitalizzazione è un sogno, e nei reparti vigono ancora i classici libroni sui quali i medici riempiono a mano le caselle vuote.

«Tutti i giorni le tutele e i diritti dei cittadini vengono calpestati dall’amministrazione della sanità», dice Tonino Aceti. «C’è un gap enorme tra quello che è previsto dalla legge e quello che in pratica viene fatto. E i cittadini spesso non sono informati». Ad esempio, se il tempo di attesa che ci offrono sfora i limiti previsti per legge, il cittadino ha diritto alla prenotazione in un’altra struttura pubblica o a una prenotazione automatica in regime di intramoenia pagando solo il costo del ticket. E se ci si sente rispondere “Non posso prenotare il suo esame”, il direttore generale di quella azienda sanitaria dovrebbe subire una multa che va dai mille ai seimila euro. 

Si sa ancora poco, ma il ministro della Salute Beatrice Lorenzin sta lavorando a una riforma che dovrebbescardinare il sistema dei ticket sanitari introdotti negli anni Ottanta quando la spesa sanitaria pubblica stava esplodendo. Tornato il sistema in equilibrio, il ministro ha avviato un confronto con le regioni per eliminare il ticket e creare un sistema di pagamenti progressivi in base al reddito. Facendo pagare un po’ di più i più ricchi, per garantire l’assistenza sanitaria ai meno abbienti.

«Noi chiediamo anzitutto di eliminare il superticket, che crea squilibrio tra il Sistema sanitario nazionale e il regime privato», dice Tonino Aceti. «E anche se si introduce maggiore progressività, il livello massimo del pubblico deve restare sempre più conveniente del privato, procedendo però contemporaneamente a un contrasto serio all’evasione fiscale. Altrimenti chi paga, paga due volte, con la fiscalità generale e con la tassa sulla sanità. Le esenzioni devono restare intatte, e bisogna garantire uniformità dei livelli di ticket in tutto il territorio nazionale. Infine chiediamo a gran voce che nella revisione della normativa del ticket ci sia anche un confronto con le organizzazioni dei cittadini e con la società civile, che questo caos lo vivono ogni giorno».