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Scopri chiesa e chiostro di San Francesco con Hotel Florisa ...

Nel quadro della programmazione culturale autunnale del Mezzogiorno, la XIX edizione del Festival Internazionale di Musica Sorrento Classica, diretta dal Maestro Paolo Scibilia e promossa dalla Società dei Concerti di Sorrento, si configura quale dispositivo laboratorio di formazione e dialogo interculturale.

L'iniziativa, operando in regime di sinergia istituzionale con il Comune di Sorrento, la Regione Campania e il Museo Correale di Terranova, riafferma il proprio ruolo di presidio musicale orientato alla rifunzionalizzazione e alla valorizzazione del patrimonio storico-artistico locale. Dal 6 al 20 settembre 2026, l'architettura monumentale del Chiostro di San Francesco diviene la cornice logica e acustica della rassegna: un ciclo di sei concerti serali che declina un'articolata pluralità di codici musicali, muovendosi dialetticamente tra la tradizione canonica europea, le istanze di avanguardia del Novecento e le matrici dell'etnomusicologia contemporanea. Ospiti del quarto appuntamento della rassegna, domenica 13 settembre nell’ormai abituale cornice del Chiostro di San Francesco, Paolo Scibilia, alle ore 20,45, ospiterà il duo composto da Cihat Askin al violino e Oytun Eren al pianoforte, per immergerci nel Sound of Bosphorus. La serata principierà con la Sonata op.24 in Fa maggiore n°5, “La primavera” di Ludwig van Beethoven, datata 1800. Come per altre sonate (“Aurora”, ecc.) non è dato sapere a chi risalga la denominazione di Sonata “della Primavera” che ha avuto fortuna, anche se in sostanza manchino elementi specifici ad avvalorare tale appellativo. Se esso vuol sottintendere freschezza, serenità o senso gioioso della vita, altre musiche di Beethoven potrebbero meritarlo, soprattutto di questo periodo creativo ove la dialettica dei motivi non assume, in generale, la imponenza e l’impeto drammatico che saranno della Sonata “a Kreutzer”. Un lieve e scorrevole tema “femminile” e, dopo un brusco rivolgimento tonale del pianoforte, un secondo tema di più marcata tempra ritmica assicurano la duplice prospettiva entro cui, non senza eleganza, si snoda il primo movimento (Allegro). Nell’Adagio il pianoforte propone la melodia, subito imitato dal violino. Successivamente la vicenda si limita a consegne reciproche del tema con qualche accenno ornamentale. Nell’affettuoso, confidenziale dialogo il violino – verso la metà, al minore – porta una sua nota di patetica mestizia. Nello Scherzo una figura ritmica di valzer viennese, di piglio weberiano, si schematizza in una di quelle ripetizioni testarde che in un prossimo futuro assurgeranno a protagoniste dello scenario drammatico beethoveniano. Il Finale si attiene, pur con qualche libertà, alla falsariga del Rondò, con quattro esposizioni del ritornello separate da altrettanti intermezzi, l’ultimo concluso da una cadenza ampia e tumultuosa. Seguirà la Phantasy for Piano di Oytun Eren che si inserisce nella ricca tradizione formale della "Fantasia", un genere che sin dal periodo barocco e romantico si configura come spazio d'elezione per la libera invenzione, l'improvvisazione strutturata e l'esplorazione timbrica. Eren rielabora questo paradigma in chiave contemporanea, costruendo una pagina pianistica fondata sul contrasto dinamico e sulla metamorfosi tematica. Il brano rifiuta la rigidità delle forme classiche in favore di un flusso continuo articolato in episodi differenti. A momenti di spiccata fluidità lirica e sospensione armonica si contrappongono strappi ritmici e progressioni virtuosistiche. La tastiera viene esplorata nella sua intera estensione. L'uso sapiente del pedale di risonanza crea registri sonori avvolgenti, su cui si innestano incisi melodici frammentati, evocativi e di matrice spesso modale o micro-intervallare, così il brano procede per accumulo di tensione drammatica: le cellule tematiche iniziali, apparentemente frammentarie, vengono riprese, amplificate e trasformate fino a raggiungere un climax espressivo di notevole impatto sonoro, prima di dissolversi nel registro grave o in una sfumatura timbrica quasi eterea. Il pianista proporrà le Romanian Folk Dances, composte da Bela Bartòk nel 1915, che rappresentano uno degli esempi più fulgidi ed emblematici della sintesi etnomusicologica dell’autore.Frutto delle campagne di documentazione e registrazione su cilindri di cera effettuate dal compositore ungherese in Transilvania tra il 1909 e il 1914, la raccolta non si limita a riproporre il folklore contadino come semplice materiale ornamentale. Bartók assume la melodia autoctona come vero e proprio nucleo generatore, rivestendola di un'armonizzazione sofisticata, ricca di soluzioni modali, cromatismi audaci e ritmi asimmetrici che ne esaltano l'arcaica energia primordiale. Apre la Jocul cu bâtă un Allegro Moderato, originaria di Mezőszabad (Jucu), è una danza maschile fiera e ritmata, caratterizzata da un tema vigoroso basato sul modo dorico, sostenuto da un accompagnamento marcato e percussivo, seguita da Brâul, un Allegro Proveniente da Egres, che presenta un andamento più rapido e scorrevole in tempo binario. La linea melodica, agile e simmetrica, si muove con naturalezza su un ordito armonico trasparente. Pe loc è un Andante, raccolta anch'essa a Egres, che schizza un'atmosfera ipnotica e misteriosa. Il tema, confinato in un intervallo stretto, evoca i toni di un piffero medioevale grazie all'uso dei suoni armonici e di un disegno ipnotico a note ribattute. Quindi, ascolteremo Buciumeana, un Moderato originario di Bisztra, la danza più lirica e melancolica della silloge. Scritta in un tempo di 3/4 fortemente rubato, si distingue per la presenza di intervalli di seconda aumentata che richiamano le sonorità cromatiche orientali. Ed ecco la Poarga românească, un Allegro proveniente dal distretto di Torda, vivacissimo, che gioca sulle asimmetrie ritmiche, alternando rapidamente battute in 2/4 e 3/4 e creando un continuo ed esilarante senso di instabilità metrica. Si chiude con Mărunțel, un Allegro molto. A dispetto del titolo formale, fonde insieme due diverse melodie veloci di Belényes e Nyágra. È un finale pirotecnico e travolgente, guidato da una vertiginosa accelerazione ritmica e da un brillante crescendo timbrico che conduce il ciclo a una chiusura incandescente. Seguirà Boğaziçi (The Bosphorus), uno dei brani più emblematici di Aycan Teztel, polistrumentista, trombonista e figura di riferimento del jazz turco contemporaneo. Il pezzo funge da ponte ideale tra l'eredità accademico-sinfonica dell'autore e la sua spiccata vocazione per il contemporary jazz e la fusion. Il brano evoca la natura fluida dello Stretto del Bosforo, il canale naturale che separa Europa ed Asia, intrecciando la tradizione modale mediorientale con estensioni armoniche proprie del jazz moderno. Bartòk influenzò molto il compositore Ahmed AdnanSaygun, del quale verrà proposta la Suite per violino e pianoforte Op. 33, datata 1955. Il movimento di apertura crea un'atmosfera meditativa e sospesa. Il violino intona una melodia sinuosa e altamente espressiva, fortemente impregnata dai micro-intervalli del makam turco, mentre il pianoforte costruisce ostinati armonici e accordi per quarte e quinte parallele che richiamano la sonorità degli strumenti tradizionali, come il saz o il tanbur. L’ Adagio è il cuore lirico ed elegiaco dell'opera, con il tema principale che ha il carattere di una lamentazione anatolica (agıt). Il violino esplora il registro grave prima di salire verso vette acute ed estatiche, sostenuto da un pianoforte dai tratti quasi impressionisti, ricco di arpeggi e colori timbrici cangianti. Il movimento finale, un Allegro, rompe la tensione con un'esplosione di energia ritmica. Costruito su tempi asimmetrici, aksak, tipici della musica popolare turca, il pezzo richiede grande virtuosismo ad entrambi gli esecutori. I due strumenti si impegnano in un dialogo serrato, quasi percussivo, in cui i temi dei movimenti precedenti vengono talvolta ripresi e trasformati prima di culminare in una brillante e travolgente coda finale. Finale con le Turkish Miniatures che nascono dalla sensibilità interpretativa e compositiva di Cihat Aşkın, figura di riferimento della scuola violinistica turca contemporanea. L'opera si configura come un raffinato viaggio sonoro al crocevia tra Oriente e Occidente, dove le forme classiche della tradizione cameristica europea incontrano le microtonalità, i ritmi asimmetrici e la vocalità intrisa di pathos tipici della musica tradizionale anatolica e del makam ottomano. Con quest'opera, Aşkın non si limita a trascrivere temi popolari, ma compie un'operazione di vera e propria ricomposizione idiomatica per il violino. Le "miniature" costituiscono un mosaico di quadri di genere: ogni brano sintetizza in pochi minuti un'atmosfera spirituale, una danza contadina o un lamento d'amore. L'intreccio tra lo strumento ad arco e il pianoforte restituisce una narrazione vibrante, in cui il violino assume spesso il ruolo di cantastorie, aşık, imitando le flessioni vocali, i micro-intervalli e le ornamentazioni caratteristiche degli strumenti tradizionali come il bağlama e il kemençe.

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