wilde napoli

Dopo aver scontato la pena di ben due anni di lavori forzati nel carcere di Reading, per il reato di omosessualità, il grande scrittore e drammaturgo irlandese Oscar Wilde (interpretato da un quasi irriconoscibile Rupert Everett, qui al suo esordio da Regista) finalmente è libero ma vive un esilio forzato in Francia. 

Al suo fianco in questo lungo periodo lontano dall’amata-odiata madrepatria, gli restano fedelissimi soltanto il critico Robbie Ross (Edwin Thomas) ed il giornalista e scrittore Reggie Turner (il sempre eccezionale Colin Firth). Ma irresistibile è il desiderio di incontrare una volta ancora il suo grande amore, il giovane Lord Alfred Douglas, alias Bosie (Colin Morgan): i due si ritrovano e, di nuovo insieme, decidono di visitare Napoli, le isole campane e la costiera, prima che la famiglia di Lord Douglas gli tagli i fondi (portando i due alla più triste e definitiva delle rotture).

Da quest’ultimi anni della vita del grandissimo Oscar Wilde - nonché dal suo romanzo omonimo, che da il titolo alla pellicola, “Il Principe Felice” – Rupert Everett trae ispirazione per esordire dietro la macchina da presa (oltre che indossare gli ingombranti panni dell’immortale autore britannico) e portare finalmente sul grande schermo questo amatissimo progetto che era stato trasposto prima a teatro con grandissimo successo e sul quale ha lavorato praticamente tutta la vita (già dai tempi dell’apprezzatissima piéce teatrale “The Judas’ Kiss”).

Le novità di quest’interessantissima pellicola – già presentata ed applauditissima al Sundance Film Festival, alla Biennale di Berlino 2018 ed in uscita il prossimo 12 aprile nelle sale italiane, distribuita dalla Vision Distribution – oltre che un Rupert Everett sia regista che interprete per la

prima volta in assoluto, è l’aver trasposto sul grande schermo gli ultimi anni della vita di Wilde, un autore ed un uomo soprattutto che, nonostante sia caduto in disgrazia, non ha mai perso la sua grande dignità e signorilità. Una scelta coraggiosa per Rupert Everett che si impegna corpo ed anima in questo particolarissimo percorso narrativo invece che ritrarre i soliti successi, la condanna e la conseguente prigionia. Qui in primis c’è l’Amore vero, appassionato e tragico, poi l’esilio, l’ostracismo dei colleghi e degli intellettuali dell’epoca, la solitudine e l’amarezza che scivola verso la tristezza.

Un racconto decisamente cupo e malinconico, dunque, illuminato prima dai flashback ambientati a Parigi e poi dallo sfondo incantato della magica Napoli di fine ‘800 – magnificamente fotografata dal direttore della fotografia John Conroy - con le sue passeggiate assolate, i vicoli e le spiagge, il Vesuvio, le isole e la costiera coi i suoi scorci pieni di fascino, mistero, del blu del mare e dell’azzurro cielo a scontornare l’amaro esilio del protagonista.