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“Il titolo che abbiamo scelto per questo libro ricorda Calvino, “il barone rampante”, ma la scelta è stata casuale. Volevamo immediatamente ricollegarci ai temi che affrontiamo, il baronaggio nel Mezzogiorno, che ai tempi del Vicereame Spagnolo, perde una parte del suo potere, un momento storico molto interessante che può diventare un insegnamento, un esempio positivo per i politici e gli intellettuali del nostro tempo”.

Lo ha dichiarato Antimo Manzo, che, insieme a Italo Talia, ha scritto ‘Il barone dimezzato’, un lavoro a quattro mani, accurato, frutto di un approfondimento storico, che segue il primo volume curato dai due autori  ‘Il tempo e la storia. Il Sud e l’identità perduta’(Tullio Pironti Editore) sulla storia della nostra città, nelle sue varie fasi, bizantina, normanna, angioina, sveva e aragonese, fino, appunto, al vicereame. L’attenzione degli autori si concentra sull’assetto istituzionale e sul ruolo dei comuni, decisivo nel resto della penisola e pressoché del tutto assente nel mezzogiorno. Una storia travagliata, caratterizzata dalla mancanza di una borghesia produttiva e imprenditoriale capace di creare sviluppo  e dalla presenza di un ceto baronale  e latifondista che punta alla rendita ed allo sfruttamento del lavoro.  Una nobiltà parassitaria, dunque, e ceti emergenti prevalentemente legati alle professioni ( c’è sempre stato a Napoli un eccesso di avvocati e giureconsulti a servizio del potere) a supporto ed a difesa di un sotto modello di sviluppo incentrato su rendita e sfruttamento piuttosto che su lavoro, investimenti e profitto. Baronie parassitarie, borghesie parassitarie, lazzaronismo. Una condizione non dissimile, fatte le debite proporzioni, da quella attuale. 

“Ai tempi del Vicerè spagnolo – ha sottolineato Manzo –  Napoli è una delle città più grandi d’Europa, ma possiamo rappresentare il ‘Mezzogiorno come una grande testa senza tronco e senza braccia’. Parallelamente alla formazione di una grande città, polo di attrazione non solo di baroni che si costruiscono i loro palazzi, della nascita di vero e proprio ceto forense, ma anche della plebe, i poveri ed emarginati di oggi. Oggi la chiameremmo la grande massa degli esclusi. Con un comune denominatore, il ‘lazzaronismo’, trait d’ union ideale tra la plebe dell’epoca e , appunto, ‘gli esclusi’ di oggi. Il popolo, che in questa realtà  è soggetto storico di difficile definizione, condiziona però il corso degli eventi. Perché? Perché il Vicerè prima, il nobile dopo, utilizzano la forza della plebe per rideterminare gli equilibri politici. Il fatto storico più noto è la rivoluzione di Masaniello, un evento durato 18 mesi,  ( Masaniello restò per così dire al potere per dieci giorni e fu ferocemente assassinato dai suoi stessi acclamatori) condotto poi, nella sua fase finale, dai rivoltosi del ceto medio ed intellettuale, che proclamano la Real Serenissima Repubblica Napoletana, un tentativo di superare il vecchio assetto istituzionale del Vicerè spagnolo, una pagina poco rappresentata che indica tuttavia la volontà di configurare un livello di indipendenza dal governo centrale”. “Come possiamo ricollegare questa pagina storica ai nostro tempi? Semplice. Il primo passo è quello di evitare di innescare una conclusione fatalista: se si superano le manipolazioni storiche, è possibile sperare. Da un lato, dobbiamo creare una visione politica di ampio respiro, a partire dalla formazione dei giovani, una buona politica economica che non si concentri sul trasferimento delle risorse, a lungo già vissuta. C’è poi un altro aspetto da non tralasciare, il Mezzogiorno non è tutto uguale, ci sono per esempio aree che ce l’hanno fatta in termini di modernizzazione come l’Abruzzo, la Basilicata e la Puglia, perché hanno puntato tutto sulla valorizzazione delle forze locali. Se queste prendono coscienza di poter essere soggetti attivi del cambiamento tutto è possibile, ma le forze locali devono fare fronte unico, una condizione difficile a Napoli, dove prevale disfattismo e invidia. L’esempio positivo della Serenissima Repubblica Napoletana, ancorché effimera,  può essere un insegnamento utile dalla nostra storia”. Un esempio che può essere seguito da comune e Regione? “Per Napoli non sono fiducioso – ha concluso Manzo – pesa una lettura e un comportamento dei politici che governano la città, pensano che il trasferimento di risorse, lo stare col cappello in mano, sia una soluzione. Si deve dar vita ad un vero risanamento finanziario del comune, e dall’altro lato capire che non possiamo adagiarci. Il boom turistico che stiamo registrando in città o lo si trasforma in un  fattore economico costante o diventerà un’altra pagina della storia. A livello regionale, guardando anche ai risultati positivi della città di Salerno, ci sembra che puntare sulle forze locali possa portare risultati positivi, anche se  il processo sarà difficile, soprattutto per l’eredità che la Regione Campania si è ritrovata”.