cardiochirurgia Brescia, l'unità operativa di cardiochirurgia.

In sanità è necessario misurare i risultati degli interventi clinici per raggiungere i migliori standard qualitativi. È questo uno dei compiti dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, che ogni anno fotografa la ‘marcia’ del sistema sanitario nazionale.

Anche nell’edizione 2019, la Casa di Cura “San Michele” di Maddaloni ha alzato il passo, come confermano i dati – recentemente pubblicati dal Ministero della Salute – provenienti dal Programma Nazionale Esiti (PNE) dell’Agenas: la “San Michele” è la prima in Italia ad ottenere il punteggio più basso della mortalità a 30 giorni per Infarto Miocardico Acuto, attestatosi al 1,28% (dato grezzo) rispetto all’8,3% della media nazionale. Con 160 casi di infarto acuto del miocardio trattati, la Clinica maddalonese ha registrato livelli di mortalità molto più che dimezzati rispetto alla media nazionale. Per il dr. Marco Pepe, responsabile dell’Unità Coronarica, «si tratta di un parametro di grande rilievo e interesse e sicuramente molto importante in quanto correlato agli esiti con indici di mortalità a 30 giorni. Tale valutazione pone la “San Michele” a livello delle migliori realtà sanitarie nazionali».

Un altro indicatore che emerge dai dati elaborati dall’Agenas, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, riguarda il By-Pass aortocoronarico isolato che, con valore 0.77 contro 1.95 nazionale, pone la “San Michele” nettamente al di sotto della media nazionale (addirittura al 4° posto in Italia) e al primo posto a livello regionale per la mortalità più bassa a 30 giorni.

Sempre in area cardiovascolare (la Casa di Cura di Maddaloni è Alta Specialità del Cuore e dei Vasi), soddisfacenti risultano gli esiti del PNE 2019 riguardanti la Valvuloplastica o sostituzione di valvole cardiache (dato adj 2.33% in perfetta media nazionale del 2.29), risultati che collocano la Struttura ospedaliera di proprietà della famiglia Barletta al 2° posto in Campania, subito dopo il Policlinico della Federico II. «In base ai risultati resi pubblici dall’Agenas – spiega il coordinatore dei cardiohirurghi, dr. Antonio De Bellis – emerge l’orgoglio di riuscire a curare i pazienti che si rivolgono a noi e l’apprezzamento per le continue innovazioni professionali, assistenziali, tecnologiche che avvengono in Clinica».

«Il rapporto che l’Agenas elabora annualmente per conto del Ministero della Salute, pubblicato qualche giorno fa, – avverte il dr. Crescenzo Barletta, presidente del cdA della Casa di Cura, accreditata con il SSN – denota che l’Alta Specialità del Cuore e dei Vasi rappresenta ormai una realtà consolidata per la “San Michele” a beneficio di tutti coloro che si rivolgono alla nostra struttura sanitaria. Questo è il frutto di un sistema organizzativo complesso, di notevoli investimenti in tecnologia e in procedure mini-invasive (basti semplicemente pensare alla sala operatoria ibrida avviata ben 5 anni fa!) e, soprattutto, dei sacrifici e dell’impegno delle professionalità dell’équipe cardiochirurgica formata da medici, tecnici della circolazione extracorporea, infermieri e o.s.s., e  del team di anestesia, rianimazione e terapia intensiva».

Disponibili sul sito internet dell’Agenas, all’indirizzo https://pne.agenas.it, i risultati del PNE se, da un lato, soddisfano strutture ospedaliere altamente specializzate come la “San Michele”, dall’altro pongono in evidenza una questione atavica e spesso irrisolta: l’inutilità dell’emigrazione sanitaria. Si tratta di migliaia di cittadini meridionali che, non essendo ricoverati in emergenza o urgenza e potendo programmare l’intervento, decidono di operarsi nelle strutture sanitarie del Nord Italia. In epoca COVID-19, però, molti si sono resi conto che la sanità campana non è affatto inferiore a quella delle altre regioni. «Sono grato a vita ai professionisti della Casa di Cura “San Michele”»: sono parole di Francesco Ovidio di Napoli, che ha voluto parlare per esprimere la sua piena soddisfazione per essere stato stato salvato dai medici della Clinica maddalonese.

«Avevo una situazione molto seria, già trattata a Milano con uno stent che si è rivelato non idoneo. – prosegue il paziente, che ora sta benissimo – Non avevo fiducia negli ospedali campani ma quando, a causa della pandemia, i trasferimenti in altre regioni sono stati fortemente scoraggiati, ad aprile ho deciso di affidarmi alla San Michele. Avevo una grave ostruzione del tronco comune chiuso al 50% che altri avevano preso sotto gamba. Devo tanto al cardiochirurgo Antonio De Bellis, che con un by-pass mi ha salvato, e a tutto lo staff medico e paramedico anche della terapia intensiva. Non dimentico l’eccezionale professionalità in emodinamica del dr. Pietro Landino. Ho scoperto una realtà che non avrei mai immaginato: la San Michele è la numero uno”.