Totò era un massone, “A Livella” il suo manifesto 

In una scena del film «Letto a tre piazze», del 1960 interpretato da Totò e Peppino De Filippo, ad un certo punto sul pizzo della montagna egli dice a Peppino De Filippo, «Professò la lego a un masso …. n’ho trovato uno magnifico … questo resiste … È UN BEL MASSONE, È MASSONE ….»

Quella corda attorno al «massone», si ritiene sia un vero codice massonico. Non a caso nel rito dell’iniziazione massonica viene messa attorno al collo dell’iniziato proprio una corda. E’ solo un esempio.

Sulla carriera di Totò, si sa tutto. Ma a differenza di altri personaggi pubblici, la sua appartenenza alla Massoneria è poco conosciuta quantunque il suo testamento spirituale è rintracciabile presso l’Archivio Storico del Grande Oriente d’Italia, precisamente, nel fondo archivistico denominato “Piazza del Gesù”.

Ruggiero di Castiglione, uno dei massimi esperti della massoneria napoletana, ricostruisce, la militanza di Totò. L’attore fu iniziato alla Massoneria nel 1944 all’età di 46 anni dalla Loggia Palingenesi.

Per iscriversi alla Fulgor, loggia massonica di Napoli, Totò dovette rispondere a tre domande, per iscritto, ermeticamente. Cosa dovete all’umanità? E il Principe della risata: «Aiutare il prossimo, fare del bene, senza limiti di sorta». Cosa dovete alla Patria? «Tutto, fino al sacrificio supremo» (qui assunse toni quasi da maresciallo di uno dei suoi film, visto che poi non fu soldato esemplare). Infine, cosa dovete a voi stesso? «Niente al di fuori del miglioramento spirituale». Sostenne il rito d’iniziazione in un tempio massonico a Montedidio.

Fondò poi a Roma, divenendone Maestro Venerabile, la Loggia FULGOR ARTIS, chiamata anche Loggia degli Artisti, che riuniva nomi di artisti come Enrico Simonetti, Gino Cervi, Aldo Fabrizi, Gorni Kramet, Alighiero Noschese., Mario Castellani, sua celebre spalla. Carlo Campanini, Aldo Silvani, Carlo Rizzo, Vittorio Caprioli. Sette anni rimase alla Fulgor dove indossava guanti bianchi e grembiule avendo aderito al rito scozzese, il più antico.

Nel 1953, secondo l’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia-Palazzo Giustiniani, Virgilio Gaito, Totò, ne ‘A Livella”, che è un manifesto contro le ingiustizie e la disuguaglianza umana, tipico degli ideali massonici espresse la sua adesione alla Massoneria.

Nella poesia il poeta diviene testimone, il giorno dei morti, al cimitero, di un fatto strano: il fantasma di un marchese e quello di uno spazzino sepolti uno accanto all’altro ma visibilmente differenti: il nobile, vestito col cilindro e pastrano, è un marchese, signore di Rovigo e di Belluno, porta solo appellativi, non ha nome e parla solo italiano; mentre lo "scupatore" è sporco e misero, si chiama Gennaro Esposito, e si esprime solo in napoletano.

Il marchese, irritato dalla vicina spoglia e sporca tomba dell’altro, lo villlaneggia: "come avete osato di farvi seppellir, per mia vergogna, accanto a me che sono blasonato?! [ ... ] Ancor oltre sopportar non posso la vostra vicinanza puzzolente".

Il netturbino, spazientito: "Ma chi te cride d’essere... nu ddio? Ccà dinto, ‘o vvuò capì, ca simmo eguale? Muorto si’ tu e muorto so’ pur’io; ognuno comme a ‘n’ato è tale e qquale".

Quindi la morte celebrata nella poesia, non è nemica anzi. Nel linguaggio massonico la morte si lega alla terra. È un rito di passaggio: rivelazione e introduzione perché “Putrescat ut resurgat”. Tutte le iniziazioni attraversano una fase di morte prima di entrare in una vita ed in uno spirito nuovo, condizione indispensabile per accedere ad una vita superiore dove non esistono distinzioni di bontà o cattiveria, di nobiltà o povertà, di gerarchia e potere: «’A morte ‘o ssaje ched’è? ... è una livella».

La simbologia massonica sembra evidente: orizzontalità perfetta, Grande Eguagliatrice, affinché nessuno si sovrapponga agli altri quindi mai per dominarli, come, nell’esperienza di Totò, i caporali. Come a dire: "siamo uomini, non caporali".

La livella è una squadra al cui vertice è sospeso un filo a piombo: quindi non solo determina l’orizzontale, ma anche la verticale, metafora dell’espansione cosmica. Il passaggio dalla perpendicolare alla verticale esprime una crescita, quella dal grado di Apprendista a quello di Compagno. Questa sintesi non si realizza se non per mezzo della squadra, simbolo del Venerabile.

Nel 1957 il principe fu colpito da una grave malattia agli occhi, che lo rese quasi cieco, ma che non gli impedì di continuare a lavorare fino alla morte, il 15 aprile 1967, quando lo colpì un infarto. Sebbene non avesse mai abbandonato i suoi fratelli massoni perché il fine di Totò era comunque fare del bene nell’ultimo periodo si avvicinò di più alla Chiesa cattolica. Non a caso il suo funerale fu di rito cattolico alla chiesa del Carmine, nella gremitissima piazza in cui alla folla aveva parlato a suo tempo Masaniello.

Il 18 aprile 1967 la Loggia Fulgor Artis annunciava dalle pagine del "Tempo" di Roma la scomparsa di Sua Altezza Imperiale Antonio Porfirogenito della stirpe dei Focas Angelo Flavio Ducas Comneno Bisanzio, principe di Cilicia, di Macedonia, di Dardania, di Tessaglia, del Ponto, di Moldava, di Illiria, del Peloponneso, duca di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e Durazzo, in arte Totò.

*Professore Associato di Marketing Territoriale dell'Università Telematica "Atena" - Scuola Universitaria dell'Ordinamento Svizzero.